Nelle CTU in tema di separazione, divorzio e affidamento è ormai una (cattiva) prassi prevedere le c.d. “visite domiciliari”.
Sostanzialmente, il CTU fa “visita” presso le abitazioni del padre e della madre, possibilmente alla presenza del figlio e/o dei familiari conviventi. Durante la visita, il CTU, insieme ai CCTTPP, valutano gli ambienti e come si muove il figlio all’interno di essi.

Già il termine “visita” non promette nulla di buono. Sembra che il CTU psicologo si presenti presso le abitazioni con i pasticcini. A tal proposito, nelle “visite domiciliari” non manca mai il momento conviviale in cui il genitore di turno offre caffé e pasticcini al CTU e ai CCTTPP.
Mi chiedo: uno psicologo, professionista sanitario, effettua visite alla stregua di una visita di cortesia? Quali sono i criteri psicologici per effettuare tale valutazione? Temo non esistano.

Qualche osservazione tecnica è lecita:

la c.d. “visita” domiciliare non rientra nelle competenze del CTU psicologo il quale non sarebbe in possesso di requisiti per stabilire se una determinata abitazione rispetti o no determinati criteri (quali?) correlati con le capacità genitoriali. Un’abitazione quante stanze dovrebbe avere? Quanto ampia dovrebbe essere? Quali i criteri psicologici per stabilire se una casa è ordinata, pulita o sporca? La stanza del bambino, se presente, come dovrebbe essere arredata? E’ un criterio psicologico se un genitore possiede la pay TV e l’altro no? Il CTU dovrebbe controllare anche il contenuto del frigorifero? Se il figlio rimanesse seduto sul divano (se presente) a casa della madre significherebbe che ella non è capace da un punto di vista genitoriale mentre se il ragazzino si muovesse liberamente in casa del padre quest’ultimo sarebbe ritenuto idoneo? Se il figlio non rivolgesse la parola al familiare materno e parlasse tranquillamente con quelli paterni, il primo ambiente sarebbe valutato come non idoneo, mentre il secondo idoneo? Ma la domanda delle domande potrebbe essere la seguente: se la madre offrisse al CTU e ai CCTTPP un caffé, mentre il padre un succo di frutta, chi dei due verrebbe valutato come idoneo?

La c.d. “visita domiciliare”, quindi, pare una prerogativa degli assistenti sociali, professionisti idonei a valutare i contesti sociali in cui vive o dovrebbe vivere una persona minorenne.
Ma lo psicologo no, non svolge questa funzione.
Si racconta che in alcune visite domiciliari il CTU compia valutazioni tecniche anche sulla presenza o meno in casa di fotografie ritraenti genitori e figlio. Se sono presenti è un buon genitore, se assenti vuol dire che l’ambiente è freddo, non adatto al bambino. In alternativa, il CTU chiede al genitore di mostrargli l’album delle fotografie che commenterà insieme al figlio per valutare non si sa cosa. Un elemento importantissimo pare che sia proprio l’album: è presente in casa? Le fotografie sono ordinate? Fondamentale per valutare le capacità genitoriali.

Non nascondiamoci dietro un dito. Spesso le visite domiciliari vengono effettuate perché “così si fa”. Questa tipologia di operazione peritale sembra appartenere a quelle usanze e tradizioni che nessuno ormai è in grado di spiegare l’origine e, soprattutto, il motivo. Si fa perché da sempre si fa così.

Cerco di compiere uno sforzo per comprendere da dove derivi questa tradizione delle visite domiciliari. Questa cattiva prassi deriva dalle previsioni normative della L. 184/83, cioè la legge sull’affidamento e adozioni delle persone minorenni allorquando i Servizi Sociali vengono chiamati ad esprimersi anche sul contesto in cui dovrebbe andare a vivere la persona minorenne. E questo ha un senso, ma la visita domiciliare effettuata dal CTU psicologo proprio no.

Infine, una curiosità: il CTU che effettua una visita domiciliare (programmata) ha mai trovato un’abitazione sporca? ;)

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By Published On: 12 Dicembre 2021Categories: Metodologia Peritale0 CommentsTags: , Last Updated: 12 Dicembre 2021

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